Йосиф Инсана - يوسف إنسان - インサナ・ジョス

Giuseppe Insana - 墨白

poweroff
Writing in Italian

Turner wore sunglasses (Turner portava occhiali scuri)

Mi trovavo seduto come ogni venerdì ad un tavolo d'angolo nel mio ristorantino preferito con questa jeune fille, fresca e sorridente, che avevo da poco "conosciuto". Ma avevo esagerato con las felizes caipirinhas e con le polpettine di mamachita.

Ero infatti lì, ad allargare di un punto o due la cintura resasi alquanto opprimente quando la chiquita, forse equivocando il mio gesto come richiesta di encore, si alzò e si diresse verso il ridotto bagno che il localino ospitava. La sua occhiata da squalo agitato non lasciava alcun dubbio sulle sue intenzioni. Mi alzai stancamente e la seguii, pensando di aver mangiato e bevuto troppo per...
..mi fece istantaneamente cambiare idea togliendosi le mutandine prima che io mi fossi chiuso la porta alle spalle.

Indossava un vestitino ridottissimo (prodigi dell'economia in crisi) che le rendeva libere le stupende gambe da slava e che a volte, camminando, liberava anche (¡que viva la revolucion!) alcuni centimetri di sodo, succulento sedere. Lo sguardo da squalo non la abbandonava ma si era ora esteso, propagandosi al mio muso barbuto sui cui ora brillava la medesima avida espressione.

Si alzò il vestito, la feci girare e consumai contro quel lavandino la libido pomeridiana. I suoi ansiti annebbiavano piacevolmente il minuto specchio su cui ad opera conclusa segnai una di Anarchia, spento nell'immaginazione quanto nell'erezione.

La chica si era evidentemente appassionata perché insistette per una terza volta, ancora una, please, c'mon e s'il vous plait.
"Non, merci, il ne me plait pas".
Rinfoderai l'oggetto di tanta cupidigia e la lasciai rimettersi in sesto e maledirmi mentre pagavo mamachita e me ne uscivo dalla bodeguita.

Presi quindi un taxi, ignorando le grida della jeune fille che in quel momento si precipitava in strada (pretendeva una terza prestazione o un pagamento per le prime due? Non potevo capirlo ma il dubbio non mi angustiò a lungo). Il simpatico omino baffuto mi portò all'appartamento che dividevo con Juliette, meno jeune ma altrettanto bonne fille.

Manco a dirlo Juliette mi aspettava nervosa, le cinque erano passate da mezz'ora e potevo almeno avvertire e i miliziani stavano per arrivare e e e...
Le chiusi la bocca con la lingua e con un pugno ben assestato nella pancia.
Odiavo le prediche.

* * *

Dopo aver calmato e minacciato adeguatamente Juliette e dopo essermi con gran gioia svuotato en fin la vescica, passammo alle cose serie. Seduti sul disgustoso ammasso di gommapiuma che ai propositi dell'economico arredamento si spacciava per un divano, decidemmo di andarcene.

Effettivamente Juliette non aveva tutti i torti sulla progressiva presa di coscienza da parte dei miliziani riguardo alla nostra identità. La baciai per questo. Chissà perché il mio bacio la spaventò, la sentii tremare ed irrigidirsi... Ad ogni modo pianificammo ogni cosa in modo efficace. Da come spedire la roba a come appesantire le tasche delle guardie di confine.

Fu così che ritornammo, per un breve periodo, nell'amata repubblica della moda e della pasta.

"Soldier of fortune" cantavano i Deep nel momento in cui rientrai al villaggio natio. L'autoradio era ok ma le casse erano da buttare, vibravano ad ogni spinta di bassi. Misuso, abuso o sottomarca montata da un abile venditore di fumo? Mah...

Avevo scaricato Juliette 50km prima, mormorando le solite paroline magiche, e canticchiavo con i Deep sulla strada statale. Soldier of Fortune. Il soldato di fortuna, il mercenario, il legionario di tempi andati. Amavo raffigurarmi in armatura, in sella ad un bel Frisone, difensore di chi mi pagava e raddrizzatore di finti soprusi, sorpresi e soppressi con alcune spadate e qualche casa bruciata.
Ma l'armatura era un ormai spento Armani e lo stallone una coupé coreana tutte curve.

Un guizzo di poesia, forse destato dalla visione del prode cavaliere senza macchie sul suo gessato, mi spinse a scendere alla spiaggia prima di riaprire la maison de mon père. Canticchiai un po' da solo, erano gli alti e non i bassi a fischiare nella mia gola, e vidi cadere due o tre stelle noncemale. Aprii quindi la casa avita e chi spuntò fuori, come un Puffo Bruttone? La mia vecchia (che poi vecchia non era, almeno ai nostri tempi) ragazza. Vestita con l'alta classe paesana, abitino lungo, gonna e spalline, fiorellini, elasticizzato... il tutto condito con scarpe a zattera orribili. Mi accolse radiosa come se fossi la madonnina di ponte-sotto-cervo. Abbracci, baci e passione, dardeggiare e mescolare di lingue, insomma "welcome home and fuck me please".

Io esibivo un sorrisetto e un umore un po' prendingiro un po' stronzetto con questo puffo psilocibinico che mi diceva quanto le ero mancato, che aveva capito di amarmi veramente, e altre fregnacce mielestrazio sul fatto che ero stato sì a lungo lontano dai lidi conosciuti e frequentati del nostro mare e delle sue gambe.

Le infilai io qualche parolina in bocca tanto per vivacizzare i contenuti altrimenti piatti del suo monologo di enamorada. "E perché? E come mai? E dov'è che sei stato?" le sue domande mi stavano suggerendo il vecchio pugno in pancia ma non volevo rogne per un po', specialmente nel rifugio casalingo, quindi ripiegai su qualche discorso riguardante la mia nota schizofrenia che mi avrebbe spinto al sud e che bla e bla e bla (questo sembrava essere diventato il mio argomento di conversazione/conservazione preferito: per non impazzire di fronte alla banalità conversavo di pazzia per conservarla...).

Come dice Oscar? "There is always something ridiculous about the emotions of people whom one has ceased to love". Caro Oscar. Insomma le diedi da bere qualche fregnaccia, le strizzai un po' le tette e me ne andai finalmente a dormire, spossato dal lungo viaggio.

* * *

Mi alzai stordito e con la schiena a pezzi. Riuscii a ritemprarmi con una lunga nuotata nel bellissimo mare, l'unica nota pregiata di quell'inutile paese.

Mi stavo rilassando sulla spiaggia, goccioline salate sulla mia pelle, accarezzandomi la barba, quando il maledetto telefono cellulare cominciò a trillare come un cardellino strozzato dalle bianche manine di un bambino curioso e cattivo, quale appunto ero stato.

Con la certezza di sentire la voce roca del chimico, grande fu il mio disappunto (o meno eufemisticamente la mia incazzatura) quando la bonne fille de p..., quale Juliette era, iniziò a blaterarmi all'orecchio. Un semplice clic spense quella voce, ma non la mia rabbia. Le avevo espressamente proibito di telefonarmi finché la transazione non fosse avvenuta et voila, la femme fetente. Richiamò. Non una, ma tre volte.

"Al diavolo il chimico - pensai - lo contatterò io in serata". In uno dei miei rari momenti di appagante, cieca rabbia Zen spaccai l'antenna e sepellii l'esasperante "mobile" sotto la sabbia, immaginando di sepellire e soffocare l'amatissima Juliette. Conservai il chip (come ho detto ero lucidamente Zen), sarebbe servito ancora.

Il tramonto fu stupendo. La pace derivante dal mio gesto improvviso mi permise di apprezzarlo veramente. La poesia di quei colori, l'artisticità di quel cielo dopo che il sole era scomparso... Qualcosa si illuminò nel mio cervello, e non era la coca (avevo smesso). Quella luminosità, quello scenario, mi erano familiari.

Con evidente sforzo neuronico ripescai il ricordo: Louvre, qualche anno prima, esposizione di quadri di Turner. La stessa luce senza origine definita, gli stessi colori, lo stesso cielo. Fermai il treno delle mie emozioni e mi tolsi gli occhiali da sole: comme à dire, l'effetto era svanito.

Non mi crucciai più di tanto. Reinforcai gli shades e decisi che Turner portava occhiali scuri.

Rimasi in estatica ammirazione ringraziando gli dei. Bestemmiando gli dei. Adorando gli dei. Succhiando l'uccello agli dei se avessero concesso all'affare della polvere rossa di approdare sicuro al porto del mio conto bancario. Non immaginavo allora in quale maelstrom di umani escrementi stavo per affogare.

Dissotterrai il cellulare, lo gettai a mare e me ne tornai a casa: il cielo non portava più la firma di Mr.Turner e io avevo bisogno di una feliz caipirinha.

Il Figlio della Morte

Morte - la silenziosa assassina, la sanguinaria rapitrice di anime, la dolce attesa, la spaventosa condanna - Morte un giorno desiderò Vita.
Morte sognò la vita che mai aveva avuto, la vita che non avrebbe avuto mai.

Desiderò un figlio... ma come concepirlo?

Riflettè a lungo - sola - un lungo tempo in cui riflettere mentre procedeva nel suo lavoro, mentre instancabile mieteva uomini e piante, pesci ed uccelli.
La soluzione apparve. Fu proprio la sua occupazione a suggerirgliela.

Ecco una notte, una chiara notte di Aprile. Ecco alcune automobili, di corsa sulla strada infinita.

Le guardò, ne scelse una.
Come decise? Un impulso improvviso? Un semplice cenno verso una di esse? O si mise a sbirciare, curiosa ed eccitata, ansiosa ed imbarazzata, attraverso i vetri di quelle vetture fendenti l'oscurità?
Ad ogni modo, il suo dito fu puntato.
Un ragazzo con mossi capelli biondi, occhi azzurri. Un forte rumore. Un groviglio di lamiere. L'automobile diventò immobile, la vita uscì in caldi fiotti.


* * *

Ero nella locanda. Mi trovavo lì da alcuni giorni. Il paese mostrava ancora l'impronta di ciò che era avvenuto - qualunque cosa fosse - e l'avrebbe forse mostrata per sempre. Case morse dalle bombe. Erba bruciata. Mozziconi di albero, spenti da una mano annoiata sul posacenere annerito a cui la cittadina ora assomigliava. Ancora non ero riuscito a venire a capo di niente. Cos'era successo? Sicuramente un gruppo militare aveva combattuto. Ma contro cosa? Quelle macchie sui muri....
La mia Yashica sarebbe stata testimone ma perchè non potevano esserlo anche i cittadini che pur continuavano la loro vita di sempre?
Intimiditi? Forse. Sconvolti? La maggior parte fingeva di non conoscere il mio inglese e di non capire quel pò di slavo che avevo appreso a Skopie, Dalov, Lipovac e negli altri miei reportage balcanici.
Gli altri scuotevano la testa mormorando "sekreten".
L'unico che mi parlava era questo vecchio che ogni giorno ingoiava birra e slivovic seduto al banco. Gli pagavo qualche bicchiere e lui bofonchiava in un inglese più che decente. Solitamente non ricavavo granchè e quasi mai in attinenza alla coltre di mistero che intendevo sollevare. Ma quella sera mi disse qualcosa. Allora non la capii ma in seguito riuscii a collegarla. Ecco cosa mi rivelò, in fedeli testuali registrate parole:

    Quella notte morì!
Incidente di macchina, dissero, come tanti altri. Ragazzo fortunato, dissero, è ancora vivo. Così fortunato che è sopravvissuto a... quello, dissero, indicando le lamiere, quelle che erano state la sua automobile, capisci? Te la racconteranno tutta, se gliela chiedi.
    Ma io, io conosco la verità, ascoltami. Lui morì quella notte.
Era l'unico modo, per Lei, la Signora, di avere un bambino. Un ragazzo era morto, un figlio era nato. E la prova è proprio ciò che il figlio ha poi fatto.
    Com'è possibile, mi chiedi?
Non lo so. Ci ho pensato molto. Qualcosa tipo scambio di anime, tipo... come si chiama quella? meta... mempsi... bah, non mi ricordo!
Non importa. Lei può. Lei è potente! Lo sai!
    Cosa? Ah, il ragazzo è sopravvissuto sì, te l'ho già detto.
Però si è rotto le gambe. Sì, tutt'e due. Cos'ha fatto poi? Ah, te lo racconto un altra volta, sono stanco ora, voglio dormire. No, veramente, DEVO DORMIRE!
    Va da un altro. Lo sappiamo tutti qui, chiunque te lo può dire. Ma loro non ci credono, non credono chi è lui!
Non mi credono, quando dico chi è la Madre, e perchè lo ha fatto. Mi chiamano vecchio matto... "lut!".
Hanno paura... loro! E forse anch'io...
Sì, dobre nosh, buona notte".


* * *

Cullò il figlio in dolore e tristezza. Crebbe velocemente, conoscendo la sofferenza e le lacrime. Questo lei sapeva. Questo poteva insegnargli perchè è l'unica sua esperienza. Priva di sentimenti, ignorante del senso dell'odio e dell'amore, svolge il suo lavoro. Lei usa la falce.
E conosce dolore e sofferenza perchè le ha incontrate oh così tante volte. Raramente ha visto felicità o affetto. Troppo raramente per essere capace di coglierne il significato. Se anche sia possibile che lo colga.

Ma suo figlio, suo figlio le dirà cos'è questa cosa chiamata "vita". Forse lo partorì proprio a questo fine.
Ed ora egli esplora il mondo, viaggia e ama, legge e crea, conosce e dialoga, impara e prova sensazioni, incamera NOZIONI ed EMOZIONI.
Qualcosa che lei non potrebbe mai fare. Ma le racconterà tutto, un giorno.

Le manca suo figlio, le manca già, le manca sempre, suo figlio... e un giorno non sopporterà più la lontananza e gli recherà visita e lo chiamerà a sè. Lui le racconterà e lei ascolterà con pazienza ed attenzione. Forse riuscirà addirittura ad imparare qualcosa. Ad apprendere qualche nozione.
E forse, forse anche lei proverà sensazioni, avrà emozioni!

Per ora aspetta, semplicemente attende, silenziosa e sola. Attende perchè sa che non avrà altri figli, che non potrà più generare. Una sola volta le è stata concessa questa possibilità, quindi deve permettergli, permettergli di vivere. Di imparare e di sentire. To learn and to feel.

 

Io conosco il suo dolore, so che le manca suo figlio. Ma non capisce che la nostalgia è un sentimento. Non riesce a concepire di possedere già emozioni.
Ma le racconterò io, le insegnerò. Anche a me manca, mia madre.



Translated from the English: Deathson

Antoine

Antoine era rimasto troppo tempo sepolto, nella sua bara vellutata, a sognare il sangue mentre la luce del sole lo condannava al riposo, alla fuga, alla quasi morte. Mille anni era durato quel giorno ma finalmente la sera stava scendendo. Il sole tramontava, veloce, e la notte sarebbe presto arrivata.

[...]

Aprì gli occhi.
Brillarono rossi nel buio della bara.
Il sole era tramontato.
Scostò il coperchio, ma era così debole. Ed era così assetato... di vita, di sangue.
Uscì infine dal sepoclro ed alzò il capo, fiero anche dopo i secoli di prigionia, e vide la luna, suo primo amore.

Gli venni in aiuto, mi faceva quasi pena, così pallido e esanime.
Così indifeso. Qualità che mal si addicono ad un vero ancient vampire. Gli lessi un libro avvelenato, il libro che aveva avvelenato la mia anima molti anni fa.
Le parole del suo Maestro gli ridonarono lo spirito e la linfa.
"A form of reverie, a malady of dreaming".

La sua nonvita esigeva ora vittime, egli esigeva vita per cibarsene. Una donna, varie donne: prede pulsanti, succose, facilmente attratte nella sua trappola, nell'idillio.

Le parole del Maestro sottolinearono il cambiamento, a epigramma della sua nuova gloria.

"He was prisoned in thought.
Memory, like a horrible malady, was eating his soul away.
He healed the soul, by means of the senses".

Poteva finalmente sorridere. A lei.

Antoine conosce le donne. Antoine conosce il loro spirito. È un artista della seduzione, un artista che scolpisce la carne femminile, creando capolavori.
E conosceva bene lei. L'aveva sedotta molte volte ma non abbastanza da esserne sazio.
La desiderò ancora, desiderò il suo corpo e il pulsare del suo sangue. Desiderò sentirla ansimare, vedere il suo viso contorto nell'artistica miscela di dolore e piacere, praticamente indistinguibili se veramente intensi. Desiderò comandarle di spogliarsi, di ondeggiare il corpo nella danza della passione; per lui... solo per lui...

Mise una rosa al suo occhiello e camminò nella notte, fendendo le tenebre.
Il suono dei suoi stivali e del suo bastone da passeggio risuonò tra i vicoli della città di marmo.

BANG!

Il 9 parabellum eruttato dalla nera e lucida Beretta roteò sotto la sua scapola, si infilò tra le sue costole e gli perforò il polmone.
Ci mise un pò ad accorgersene, ad arrendersi all'oscurità della non vita, mentre il polmone gli si riempiva di sangue.

    La morte. Sorella e compagna, anzi socia nel suo lavoro. Uccidere per non essere uccisi, a volte l'unica soluzione quando la copertura saltava.
    E questa volta l'avevano scoperto, un errore di troppo, forse un tradimento.
    Sì, tradimento. Alexi lo aveva venduto. "yep matev!"

Apprezzò il sapore dell'odio nella sua bocca, guardò il corpo del nemico ciondolare e cadere, si assicurò velocemente che fosse morto.
Poi la notte lo ingoiò, i suoi passi veloci e silenziosi.

Vizio

Mi piace l'alcol. Mi piace gustarlo, farlo scorrere sulle labbra, scivolare nella gola, raggiungere e bruciare il mio inner core.
Adoro soprattutto versarmi da bere. Inclinare il bicchiere perchè accolga la marea di birra, che si rifrange sul bordo e sale a colmarlo, con avanguardia di schiuma. Oppure miscelare i fluidi colorati di diversi liquori, tagliuzzare il limone, dosare lo zucchero e mescolare vivacemente per un cocktail agli amici. I bicchieri cozzano, "nasdrovjie tovarisch" e un nuovo brindisi consumato, ingollato, assimilato. Il bicchiere mi guarda, ansioso di ripetere l'emozione, comunicandomi un "orror vacui" e suscitando la mia pietà. Lo accontento.
Ho ripreso a bere, sicuro di dominare il piacere, di dominare la voglia.
E all'alcol si accompagna il fumo, un magico yin all'oscuro yang.

[...]

La commistione liquida e fumosa sta già producendo i suoi effetti.
Ma il cervello non si spegne, non rallenta neppure, continua a produrre, ad elaborare, a trascrivere su fogli svincolati dal notes, fogli che si perderanno nell'entropia del mio lager di pensieri.
Esso analizza il procedere della sbornia. Osserva sornione la perdita della sua stessa logica. Misura (misuro) il numero di fotogrammi che ancora vedo.
Penso di aver sempre paragonato le mie euforie alcoliche e gli effetti del videorecorder, ma non è possibile.
Amo smentirmi. Quando da bambino bevevo di nascosto l'amaretto dal mobile-liquori di papà di sicuro non avevo mai visto videoregistratori. Comunque ora l'analogia c'è. E il mio cervello la applica, incessante. E ne informa gli amici raccolti per il party. Di sicuro a loro non interessa ma devo comunicarlo, non essendo dotato di led alfa numerici.

Ora perdo un fotogramma ogni 10. Ora scende a 1 ogni 5. E poi si inverte la notazione, comunicando a me e al mondo che percepisco solo un frame ogni 3, ogni 7, ogni 10, ogni 20 fotogrammi di vita reale.
Cerco di raggiungere il letto.

Immagine di me che guardo il tavolo su cui una giungla cristallina è ancora inumidita dalla pioggia di alcool. E un falò dai bordi lucidi segnala la sua presenza con una vorticosa colonna di grigio fumo, un tizzone non spento.

Immagine della porta chiusa e della mia mano che cerca a tentoni la maniglia. Le venature del vetro smerigliato grattano ruvide alle mie orecchie, distorcono le note di qualunque canzone stiano gridando le scimmie nello stereo.

Immagine di un corridoio buio, un lungo tunnel, quattro metri polverosi, giacche e cappotti appesi alla mia destra. Buio. Mi sento cozzare contro le giacche, ne faccio sicuramente cascare un paio mentre ritrovo barcollante l'equilibrio senza che la vista mi soccorra.

Immagine della mia camera. La luce si accende, si spegne. La sedia mi fa inciampare.

Immagine dei miei vestiti che vengono sfilati da qualcuno (sono io?) e gettati sulla sedia a fianco del letto.

Immagine delle lenzuola che si chiudono sopra il mio capo, la volta celeste che ruota e si spegne. Il freddo del mare su cui navigo. Il caldo del mio corpo nudo sulle onde. È il materasso? Il letto continua il suo lungo viaggio navigando attraverso le sabbie dell'oblio mentre le pareti si dissolvono e lo spazio si estende... all'infinito...

Non ci sono più immagini. Solo oscurità e silenzio. Il sipario cala. Mi addormento, o forse svengo.

Index of selected writing

Vizio [May97]
BANG! [Dec96]
Antoine [May97]
Il Figlio della Morte [Aug98] (TR)
Turner wore sunglasses [Aug98]

(TR) marks a translation: a story originally written in a different language.